Bahrain, si torna sul discorso diritti umani

Bahrain, si torna sul discorso diritti umani

La Formula 1 approda in BAHRAIN, non per una ma per addirittura due gare consecutive visto che il calendario originale pre-Covid è stato cancellato. Si tratta di un Paese criticato per presunte violazioni sui diritti umani, come riportato da diverse organizzazioni non governative e da quotidiani internazionali e di spessore. La Formula 1 chiaramente è uno sport ove si corre in automobile e in linea di principio ciò non implica considerazioni politiche; ma certo LIBERTY MEDIA, con le sue campagne a favore dell’uguaglianza e della libertà di parola e di critica – fatte seguendo anche l’impulso di Lewis Hamilton – non è nella posizione etica ideale avendo deciso comunque di siglare una partnership con la nazione in oggetto.

Proprio Hamilton è il fulcro sul quale il quotidiano The Guardian spiega la situazione in merito all’opportunità di correre in Bahrain. “In Turchia le parole di Hamilton erano state inequivocabili. ‘Ci rendiamo conto che dobbiamo affrontare e non ignorare le questioni relative ai diritti umani nei paesi in cui andiamo, non solo tra 20 e 30 anni, ma ora’, aveva detto. Il Bahrain ospiterà due gare consecutive. Il regime è senza dubbio soddisfatto, ma i gruppi che promuovono il rispetto dei diritti umani sostengono che la presenza della F1 non sia altro che un operazione sportiva di facciata per mascherare l’oppressione. […] Una delegazione del Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird) ha scritto a Carey sostenendo che il Gran Premio del Bahrain è diventato un punto focale di protesta popolare e gravi violazioni dei diritti umani sono state commesse dalle forze di sicurezza del Bahrain contro i manifestanti’. La F1 crede di poter essere una forza positiva per il cambiamento quando si visita questi paesi. Le ONG dicono il contrario e accusano il campionato di dare opportunità al regime di sfruttare le relazioni pubbliche per normalizzare la violazione dei diritti“.

 Una gara da “fuori di testa”

La storia dice che nel 2011 il GP fu annullato per la presenza di proteste in grado addirittura di minacciare la sicurezza del paddock. Ma una volta terminata la ‘PRIMAVERA ARABA‘ nel Paese, tutto è tornato nei ranghi, con Ecclestone prima e Liberty Media poi assolutamente coinvolti nell’organizzazione della gara.

NAJAH YUSUF, una ex funzionaria statale che aveva protestato contro il regime nel 2011, è una delle principali attiviste della nazione: arrestata, aveva subito abusi e violenze sessuali dalle forze dell’ordine; suo figlio Kameel è stato in seguito preso di mira. Yusuf non è contraria alla F1 in sé, ma all’opportunità politica che il governo del suo Paese coglie mostrandosi perfettamente organizzato durante la corsa. Secondo la già citata Bird, a pochi chilometri dal circuito di Sakhir c’è la prigione di Jau, che ospiterebbe molti manifestanti arrestati in quel fatale 2011. Il governo del Bahrain nega ogni addebito e assicura che nelle prigioni è rispettato lo stato di diritto.

Tornando a Hamilton, il pilota Mercedes ha riconosciuto che la posta in gioco è maggiore rispetto a una semplice corsa, e che usare lo sport come chiave per migliorare la situazione politica e portare alla fratellanza non è automatico. Quanto accaduto in Sudafrica con Nelson Mandela, infatti, non è replicabile ovunque: “Andiamo in tutti questi paesi, e nonostante la F1 sia un grande evento, non lasciamo un effetto positivo di lunga durata. La domanda è: possiamo attirare l’attenzione su determinate questioni e spingere per il cambiamento?“, si è chiesto il sette volte campione del mondo. La risposta non è semplice: implica anche una dose DI DENARO E DI OPPORTUNISMO che vanno molto oltre a una presa di posizione in un comunicato stampa.

Fonte: https://www.formulapassion.it/motorsport/formula-1/bahrain-gp-diritti-umani-hamilton-razzismo-liberty-533770.html

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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